Osama è ancora là fuori, da qualche parte, e arrestano per guida in stato d’ebbrezza l’unico uomo in grado di fermarlo.
Purtroppo non potete sentire il profumo di macchia che vi accoglie in Sardegna;
Per fortuna non potete sentire quello di bruciato che sempre più spesso ne prende il posto.
Fino a settembre qui si aggiornerà meno del solito, ma non si sa mai. Ad ogni modo, ci si legge poi.
Chi c’è caduto dentro lo sa: è una pulsione vorace e prepotente, l’assoluta, indiscutibile tirannide di chimica e biologia. Inizi per provare, con poco, magari perchè lo fa un amico, poi capisci che ti manda su di giri, la mente va a spasso e finchè dura è il compimento dell’irrealizzabile, il segreto della completa atarassia; costa poco, per giunta, e in un niente hai raddoppiato la quantità, poi ancora, poi non basta più e devi già rialzare la soglia.
La gente non lo sa, ma intuisce che hai qualcosa di diverso: sei ‘cambiato’, non solo d’aspetto, e cerca di capire cos’è; fai proseliti, ne tiri in mezzo altri, qualcuno che fino a ieri credeva non l’avrebbe mai fatto, e invece no: anche loro lì, puntuali, a pagare il tributo per la razione giornaliera di benessere. Cominci a incontrarne altri, li riconosci subito, ché alla fine sono uguali a te: caldo o freddo (tanto finiscono per non sentirli più), per strada o al parco, al buio o lì, alla luce del sole, se hanno appresso l’occorrente, guarda caso, l’occasione per usarlo salta fuori.
Se sapete a cosa mi riferisco, e volete discuterne con altri che ne sono ancora dentro, lui ha creato il luogo che mancava e di cui tutti avevamo bisogno, per parlarne assieme a capirne di più.
Ci si vede là.
Salvo scherzi della memoria, non ricordo nessuno che, dopo aver letto la (o parte della) saga, non solo se ne sia pentito, ma non se ne sia in qualche misura appassionato.
Questa accuratissima indagine è trasversale (età/professione/estrazione/istruzione/censo/razza/orientamento sessuale) e comprende molti scettici della prima ora (sto alzando la mano) convertiti.
Dato che ultimamente si parla ovunque di Harry Potter (sui blog, in ascensore, in fila alle Poste), e considerato che a fruire del pourparler - nel bene e nel male, ma più nel male, a dire il vero - sono spesso persone che non l’hanno mai letto, seguono alcuni fra i consigli/argomenti che più ricorrono quando mi trovo a perorare la causa della saga (e la mia di ‘lettore senziente’):
- Non basatevi sul primo volume (e ci butto dentro anche il secondo, nonostante mi piaccia particolarmente) per farvi un’idea dell’opera: sarebbe sbagliata.
HP è partito nel 1997 come libro per ragazzi (cosa evidente, appunto, nel capitolo d’esordio. NB.: L’aspetto può tornare utile per iniziare a leggerlo in inglese, qualora non si abbia troppa confidenza con la lingua); già dal terzo romanzo, HP e il Prigioniero di Azkaban, il registro e il target cambiano sensibilmente, pur restando un libro per tutti. Sarà che gli adolescenti del ‘97 ora guidano la macchina e vanno all’università. E’ il mercato, del resto, e non è per forza un male. Volendo fare un paragone ardito, tanto per capirci (quindi astenersi Uomini-Fumetto), è un po’ la differenza che corre tra Lo Hobbit e Il Signore degli anelli; - Non basatevi sui film (semipessimi, secondo il mio ininfluente parere), o l’idea sarebbe ancora più sbagliata. L’avessi fatto, non avrei nemmeno iniziato a leggerlo (credo la cosa valga, a spanne, per ogni romanzo da cui sia tratto un film);
- Se l’hype attorno alla serie è un problema, forse ne siete vittime più voi dei lettori stessi. Peraltro, non mancano esempi e argomenti per sostenere che il grosso delle chiacchiere sul tema è roba assegnata in redazione da/a gente che del libro ha letto il comunicato stampa; se poi un fenomeno pop-letterario strappa qualche tag alla Apple, ottiene articoli e servizi, causa file in libreria (Cristo, file in libreria!), e porta adulti e ragazzini a leggere (e poi ancora) s e t t e libri spessi così, tutto questo nel Paese in cui i lettori sono una specie di setta curiosa, allora firmo per il fenomeno di massa.
Alla peggio, ne parlereste male con cognizione di causa, che tanto l’argomento è inevitabile e tanto vale.
Vuoi mettere la soddisfazione:Nerd: …e quindi Harry Potter…
Tu: (interrompendo) Che cagata.
Nerd: (alzando un sopracciglio) Ah, ma l’hai letto?
Tu: Sì. Tutti. E mi ha fatto cagare. - Ignorate spoiler e affini. Sono piacevoli come una bacchetta magica nel culo, ma: sono spesso sbagliati (reminiscenze pedissequamente riportate da gente completamente digiuna), molto spesso inventati, sempre ininfluenti: la storia è così articolata da non potersi ridurre a chi fa secco chi.
- Se potete, leggetelo in lingua originale: fate esercizio (se vi fa schifo almeno avete ripassato un po’ di inglese), è facile, saltano fuori robe che la traduzione non può conservare, il tascabile esce prima e costa meno, l’edizione Bloomsbury è bellissima;
- Leggetelo con calma e soffermatevi su nomi, etimologie, citazioni e particolari: torna tutto utile, anche a distanza di libri, e vale la pena. Tanto ormai sapete come va a finire e non c’è più nessuno a ricordarvelo ogni dieci minuti.
Se vi irrita l’idea di leggere: a) fenomeni non riproducibili in laboratorio; b) aderire a una cosa pop che non inizia per “i”; c) qualcosa che anche gli altri conoscono, almeno di nome; d) qualcosa; e) un libro che leggono anche i ragazzini (come 1984, La fattoria degli animali, Il vecchio e il mare…); e soprattutto vi tormenta che un adulto senziente possa perderci del tempo, lasciate stare. Non si offende nessuno. Nemmeno quelli coi quali vi ostinerete a parlare di Harry Potter.
anzichè:
Nerd: …e quindi Harry Potter…
Tu: (interrompendo) Che cagata.
Nerd: (alzando un sopracciglio) Ah, ma l’hai letto?
Tu: ehm, no… ma…
Nerd: (tornando all’interlocutore originale) …stavo dicendo: e poi Harry Potter…
- Harry Potter and the Deathly Hallows, 2 copie (una per geek. La pace, nella coppia, è roba seria): fatto;
- Divano + ventilatore a ‘3′: fatto;
- Playlist adeguatamente lunga: fatto;
- Caffé: fatto;
‘Notte.
Almeno una volta ho sognato di farlo. Alla fine, l’esperimento ha preso corpo tra le mani di un fan di Jane Austen, che ha proposto diversi capitoli di Orgoglio e pregiudizio a diciotto tra editori e agenti letterari, spacciandoli per “First impressions”, manoscritto originale di un aspirante scrittore.
Risultato? A parte un assistente più sveglio della media, un coro di rifiuti e formule di circostanza, da quella della Penguin (!), che liquida la pratica con un “sembra una lettura veramente originale e interessante”, senza dare alcun seguito, alla nota dell’agente di J.K. Rowling, che “non si sente di sottoporre il materiale a un editore”. Stessa reazione dagli altri grossi nomi, da Bloomsbury ad Harper Collins.
Ora, non sapendo che idea farmi esattamente, seguono ipotesi e considerazioni sparse.
1. Hanno tutti mangiato la foglia e ritenuto di non perderci altre energie;
1a. Se no, chi decide cosa leggeremo (almeno) quel classico manco l’ha aperto;
2. I manoscritti ‘non accompagnati’ (da un ‘nome’, o un agente, o chissà che) hanno una pattumiera tutto loro negli uffici degli editori, nella quale entrano di default come lo spam. In tal caso, forse ci sono più capolavori nei detti cestini che in classifica;
3. I classici possono esserlo per ragioni diverse dalla stretta ‘qualità letteraria’ [1], diventandolo a posteriori anche per valutazioni legate a stato dell’arte, pubblico e cornice storica cui appartengono. Un capolavoro di un secolo fa, svuotato del proprio ruolo nel tempo, dovrebbe fare i conti col mercato e - facciamocene una ragione - coi gusti, umori e sensibilità del pubblico (poi magari stravenderebbe lo stesso, dico).
Ancora: alcuni romanzi già ‘d’appendice’ sarebbero tali anche oggi, se quella visuale ‘dall’alto’, che si raggiunge con gli anni, non li avesse laureati ‘classici’.
- Caveat: si parla di Jane Austen, che da queste parti gode di credito smo-da-to, ma per ragioni più afferenti alla Storia che alla storia, aspetti cui pochi capitoli non possono render giustizia, a voler fare l’avvocato del diavolo; fosse stato Dostoevskij, per dire, anche solo il genio tecnico annidato in dieci pagine avrebbe dovuto accendere delle lampadine, senza possibilità di appello.
4. Lungi dall’abbracciare la tesi per cui “c’era meno concorrenza”, ammetto sottovoce che un po’, in un certo senso, è vero: il pubblico dei libri non subiva dinamiche di mercato così anti-meritocratiche, non doveva gestire un’offerta così omologante e indiscriminata, né i libri nascevano con le ore contate (il grosso delle migliaia di opere pubblicate ogni anno in poche settimane completa il ciclo stampa-scaffali-macero-oblio. Una specie di Long Tail perversa). D’altra parte, gli operatori avevano la volontà e il tempo di scegliere in base alla qualità. Credo.
5. Credo il discorso valga, mutatis mutandis, anche per cose molto più recenti: lì, anzichè gli anni e le antologie, c’entra una roba che chiamano hype. Però sono convinto che, allo stesso modo, intere generazioni di Scrittori oggi non vedrebbero mezza tipografia.
Ma del resto, se editoria e letteratura contemporanee sono il frutto di quelle ‘passate’, allora è lecito che cadano lontano dall’albero, che un romanzo sia prerogativa dei propri giorni e - nell’immortalità - lo si legga tenendone conto.
6. Quindi l’esperimento e questo post potrebbero essere inutili.
[1] Obiezione: “definire qualità letteraria”. Accolta: non posso, ma ci siamo capiti.
Sto giocando un po’ con Pownce. Mentre cerco di capire se serva veramente a qualcosa, ho ancora qualche invito da regalare. Una mail e provvederò.
Non sto a farla lunga sui rischi economici e sociali che la deriva radical-chic dell’acqua come bene di lusso comporta, né sui vantaggi e le garanzie che l’acqua del rubinetto offre rispetto a quella in bottiglia. Nè farò vanto della mia Brita.
Ma se sei disposto a pagare 55$ per un litro d’acqua, te la meriti tutta. Avanti così.
C’è che siamo furbetti, o almeno uno se ne trova sempre, fra mille. Per cui anche se quello, per buona misura, ti insulta in anticipo*, stai certo che il flash prima o poi lo vedi; se poi quello alza i tacchi davvero e non fa il bis, me la prendo più col fotografo che con la star uterina.
Poi basta. La mia dose di ‘responsabilità oggettiva come italiano’ finisce qui, specie se sua jazzità insulta platea e “Damn City” (Perugia).
Peccato, perchè fino alla fatale caduta di stile il Nostro era stato impeccabile: pretesa di essere servito da camerieri che avessero smesso di fumare da almeno tre mesi, passate edizioni a rischio per temperature sotto i 19° (con conseguenti stufe on-stage), scenate per fotografie in strada, niente telecamere né fotografi accreditati, niente conferenze stampa (del resto in Francia la goccia erano stati dei colpi di tosse).
Tranquillo: metto su i tuoi dischi, uno per uno (ne ho molti. Molti, ti dico) e mentre suoni fumo, tossisco, fotografo il lettore e tu suoni. Anche al freddo. E poi il bis.
*«Non parlo italiano, ma se quei fottuti str… che hanno quelle fottute macchine fotografiche non le spengono, me ne vado. Io, Gary Peacock e Jack Dejohnette ci riserviamo il diritto di andarcene. Ogni persona che abbia accanto qualcuno con una macchina fotografica deve strappargliela di mano. Se non succede questo io lascerò questa maledetta città e voi avrete pagato il biglietto per niente. Il privilegio di essere qui è vostro, non mio» [fonte: Il Giornale]
Dopo l’infelice serata con I Fantastici 4 e Silver Surfer, il Geek-o-meter™ era talmente in allarme che per prudenza Transformers l’avrei noleggiato in DVD [1], se solo non avessi già preso accordi per la serata.
Invece no: l’idea mi turba, ma sia scritto che mi sono divertito come al cinema non accadeva da tempo. Per carità: si è visto parecchio di meglio, grazie a Dio, ma qui parlo d’altro: pura regressione, esperienza ludica prima che cinematografica, come Batman al cinema della parrocchia nel ‘90, ed è uno standard bello alto.
Sarà che a suo tempo fu con He-Man e i primi Transformers che i miei conobbero il lato oscuro di TV e merchandising (molto merchandising, amici della Gig), sarà che robot antropomorfi, serie giapponesi e guerre bipolari tra Bene e Male si annidano nel DNA dei nati e cresciuti in quegli anni [2], ma già durante l’intervallo mostravo più entusiasmo del tredicenne che mi sedeva accanto. E lì a spiegargli del cattivo che diventa una P38 Special, che quell’altro era un F-15, quello giallo un Maggiolino, quello invece una Countach (meta-amarcord anni ‘80, che mica lo sa cos’era una Countach, un tredicenne di oggi) o che gli Autobot si chiamano Autorobot, che Optimus Prime si dice Commander e i Decepticon sono i Distructors, grazie.
Chi si è perso i Transformers old-school lo veda comunque, e per più di un motivo: modelli e relativa animazione segnano un nuovo standard col quale bisognerà misurarsi da qui in poi [3] (non ultimo sul fronte dell’integrazione tra CG e riprese reali), effetti e colonna sonora meritano l’impianto di una buona sala, e Michael Bay, come regola generale, rende meglio sul grande schermo.
Se qualche carenza - specie nel secondo tempo - si fa notare nel dipartimento narrativo (non lo ricorderete per il plot geniale o la scelta dei tempi, ma forse andrà rivisto come saga), il registro oscilla molto bene tra commedia, dramma e azione, rendendo un film soprattutto spettacolare anche piacevole, posto che riusciate a superare le frequenti incursioni (specie alla fine) nella retorica moral-patriottico-paternalistico-militare tipica dei cartoni anni ‘80.
[1] Non posso più “non-riavvolgere” i DVD a titolo di ritorsione per un brutto film come una volta facevo con le cassette, purtroppo
[2] Menzione speciale a Jason “Megatron” Burrows e al pompiere che ora si chiama “Optimus Prime”
[3] Non scrivo paragoni azzardati, ma sia detto che in cuor mio li sto facendo
Comunque lo si tratti, il tema grida flame già di suo; non so neanche perchè lo stia scrivendo, questo post. Anzi lo so: non ho posizioni radicali, credo se ne possa parlare e ho voglia di leggere opinioni sensate in merito.
Tradotto: “Astenersi Troll”; fuori dalle palle, che non c’è da mangiare.
Il fatto: Benedetto XVI pubblica il motu proprio che riabilita il rito pre-riforma, peraltro “mai giuridicamente abolito” nel diritto canonico (prima era necessario il consenso del vescovo, ora potrà autorizzarlo il parroco), affiancando la Messa Tridentina, opzionale, alla celebrazione conciliare, che resta la forma ordinaria.
Poi leggo sul Guardian che il ritorno della messa in latino comporta la reviviscenza di alcune preghiere aventi ad oggetto gli Ebrei, affinchè siano “liberati dall’oscurità”, venga “sollevato il velo dai loro occhi” e “finisca la cecità di quel popolo, affinchè possa riconoscere la luce della tua verità, che è Cristo”.
L’Anti-Defamation League è insorta contro il provvedimento papale e le implicazioni interreligiose che questo comporterebbe, definendolo “un colpo alle relazioni tra Cattolici ed Ebrei”.
‘We are extremely disappointed and deeply offended that nearly 40 years after the Vatican rightly removed insulting anti-Jewish language from the Good Friday mass, it would now permit Catholics to utter such hurtful and insulting words by praying for Jews to be converted,’ said Abraham Foxman, the group’s national director, in Rome. ‘It is the wrong decision at the wrong time. It appears the Vatican has chosen to satisfy a right-wing faction in the church that rejects change and reconciliation.’
Ora, mentre in America sono già avanti sul punto, qui proviamo a mettere in piedi una società multiculturale (territorialmente e geneticamente dovremmo già essere l’avanguardia): magari vale la pena di fare un passo più in là e puntare direttamente a un Paese “interculturale” e laico, dove la coesistenza diventi compenetrazione di esperienze diverse. Considerato che - ad oggi - l’elemento distintivo per eccellenza è forse quello religioso, potremmo partire da una maggiore elasticità verso ciò che avviene nel privato di una confessione diversa dalla propria (specie qualora priva di manifestazioni esterne), fintanto che non produca conseguenze idonee a intaccare la sfera di ‘neutralità’ delle istituzioni, sulla quale simile società dovrebbe poggiare.
Non entro nel merito dell’urgenza o meno del motu proprio, o delle ragioni che hanno portato a emanarlo, né sull’aderenza delle redivive preghiere alle attuali posizioni ecclesiastiche: credo che il Nostra Aetate basti a tracciare l’alveo e il tenore dei rapporti con le altre fedi, tra le quali l’Ebraismo è di certo un interlocutore privilegiato, anche - ma non solo - in virtù delle comuni e profonde radici storico-culturali («La religione ebraica non ci è estrinseca, ma in un certo qual modo è intrinseca alla nostra religione. Abbiamo con essa dei rapporti che non abbiamo con nessuna altra religione… Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, i nostri fratelli maggiori»; «Gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento»).
E’ fisiologico che ogni religione basi il proprio impianto teologico sull’assunto che la verità di cui si fa portatrice sia ‘La Verità’, e che il riconoscimento (o la ricerca) della stessa sia la chiave per l’avvicinamento al Divino. Ora io sono troppo egoista per preoccuparmi anche della sorte che può attendere l’anima altrui, ma se qualcuno chiedesse al proprio Dio - nell’intimo della preghiera o durante una Liturgia, in uno spazio circoscritto e destinato allo scopo - di pensare anche me, se qualcuno insomma volesse condividere col sottoscritto ciò che ritiene la ’salvezza’, per di più senza coinvolgermi, tediarmi, cercare di presuadermi, ecco: non lo troverei offensivo. Anzi.
Non mi scandalizza che una fede religiosa (o un credo politico, s’è per questo) possa conservare innocui residui di proselitismo (che curiosamente deriva da ‘proselita’, convertito al Giudaismo) o evangelizzazione ormai ascrivibili a nulla più che alla libertà di professione, men che meno se il proposito non prende corpo in ingerenze o - peggio - coercizioni, ma si limita a una preghiera, una richiesta d’intercessione divina, che ha senso per chi ci crede, o resta un flatus voci.
Update: vedo che altre organizzazioni ebraiche hanno assunto atteggiamenti più prudenti sulla vicenda: “I think there are those who have interpreted it in an extremely alarmist fashion,”
“That doesn’t mean that there aren’t things that need clarification but there is no question of Pope Benedict’s commitment to respectful relations with the Jewish people.” (Rabbi David Rosen dell’ American Jewish Committee (AJC))
Sulla preghiera riguardante gli Ebrei, e la sua evoluzione, un interessante post di .mau.
Almeno per quanto riguarda la nostra galassia:
our galaxy weighs three times 10 to the power of 42kg - a number written as 3 followed by 42 zeroes
Non che avessi mai dubitato di Deep Thought. Del resto lo conferma anche Google.
Piano:
comprare tutti gli iPhone disponibili nello store di S.Francisco, alla faccia dei nerd accampati lì da giorni, e rivenderli su eBay;
Esecuzione:
1. Dare 800$ al ragazzino in pole position in cambio del suo posto;
2. Attendere qualche minuto l’apertura;
3. Profitto! Sentirsi dire che la policy dell’evento è un telefono per cliente.
L’intenzione era di non scrivere nulla, far finta di niente e lasciar correre come ho fatto per Spiderman 3. Poi ho letto un post e ho pensato che sì, il piccolo simbionte geek che mi porto appresso dovrà pur vivere e farsi sentire, tanto più che il mio è un tipo tranquillo e discreto: due-tre film a stagione, qualche libro, e dove lo metti sta.
A dirla tutta, I Fantastici 4 e Silver Surfer non era neanche in programma, men che meno al cinema: non ho letto il fumetto, non lo leggerò, e del primo ho visto solo 20 minuti, prima di cedere alle lusinghe del divano; ciò nonostante, nulla ho potuto contro l’ostile programmazione estiva e un sabato milanese ormai andato.
Il film? Non pretendevo niente di classificabile in termini cinematografici, e il recente rivampare del genere aveva già allertato gli anticorpi contro l’horror vacui che soggetto, personaggi (loro quattro sono quel che sono, e Silver Surfer è un accessorio quasi accidentale), recitazione e struttura avrebbero altrimenti provocato. Il problema non è il surfista spaziale in cerca di cibo per una nube pianetofaga, né lo sono i quattro eroi ‘rivelati’ e monodimensionali; non sono i dialoghi sub-standard perfino per il genere, né il villain più insipido del repertorio fantascientifico (qualcuno poi sul moribondo nero e incappucciato che spara fulmini dalle mani avrà da reclamare): il problema è, piuttosto, la disinvolta levità con cui gli ingredienti son messi assieme, quasi a voler riempire, e come viene viene, novanta minuti di pellicola già venduta a un pubblico acritico (tutt’altro, in realtà) e fidelizzato. Un po’ ciò che succede con molti dischi.
Detto questo, la confezione rende almeno giustizia ai due anni di tecnologia tra gli episodi, ma è davvero pochino e lo schema del fumettone che vive d’attesa, rendita ed effetti speciali comincia a stancare anche il NERD poco esigente (un ossimoro, lo so) che alberga in me.
Come Sue Storm saggiamente ricorda, si può sempre scegliere: ecco, per quei 7.70€ oggi un po’ mi sento in colpa.







